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Ferite dell’anima e corpi prigionieri

Ferite dell’anima e corpi prigionieri. Suicidio e aiuto al suicidio nella prospettiva di un diritto liberale e solidale

Stefano Canestrari, ordinario di diritto penale nell’Università di Bologna, propone per Bononia University Press un’articolata indagine sul tema del suicidio in generale, e del suicidio assistito in particolare, con lo sguardo autorevole di un giurista componente del Comitato Nazionale per la Bioetica.

Nel suo volume “Ferite dell’anima e corpi prigionieri. Suicidio e aiuto al suicidio nella prospettiva di un diritto liberale e solidale” Canestrari offre una serie di strumenti per ispirare un dibattito pubblico ponderato, sottolineando la differenza tra sofferenza fisica e dolore psicologico, tra aiuto medico a morire e aiuto al suicidio nelle sue forme tradizionali, innescate da “ferite dell’anima”.

“Liceità del suicidio” e “liceità dell’aiuto al suicidio”: una distinzione fondamentale

La ricerca di Canestrari affronta e propone gli aspetti più dilemmatici che accompagnano una richiesta di aiuto a morire. La complessità della materia non consente soluzioni che si fondano su frettolose ed equivoche assimilazioni: l’autore dimostra infatti che la “liceità del suicidio” – principio fondamentale del biodiritto penale- non comporta automaticamente anche la “liceità dell’aiuto al suicidio”.

L’attenzione riservata alla persona che domanda di essere aiutata a morire conduce Canestrari ad approfondire ed analizzare le molteplici e complesse condizioni che portano alla menzionata richiesta: di qui, parafrasando il titolo, il focus sui casi in cui il corpo diventa una prigione e su quelli in cui sono le ferite dell’anima a rendere insostenibile l’esistenza.

L’aiuto a morire: le pronunce delle Corti costituzionali italiana e tedesca

Nel volume vengono analizzate e comparate le due recenti pronunce delle Corti costituzionali italiana e tedesca sul tema dell’aiuto a morire, le cui soluzioni, anche se profondamente diverse, concordano nel ritenere necessario che la richiesta di assistenza a morire si basi su una scelta libera e consapevole. Una necessità che impone di definire non solo i criteri per considerare libera e stabile la decisione, ma anche il “come” e il “chi” dovrebbe certificarla.

Qui la riflessione dell’opera diventa interdisciplinare. L’impossibilità di identificare adeguati strumenti per accertare se la decisione sia libera, consapevole e stabile è evidente di fronte alla richiesta – di per sé ambivalente- di essere aiutati a morire per mettere fine alle proprie sofferenze psicologiche o esistenziali.

Ferite dell’anima e corpi prigionieri: una prospettiva sul tema

Canestrari afferma con chiarezza che non si deve commettere l’errore di capovolgere la prospettiva e formulare un giudizio di apprezzamento relativo a condotte di agevolazione al suicidio di persone non afflitte da pregresse condizioni patologiche. La discussione su un’eventuale depenalizzazione o legalizzazione dell’aiuto a morire deve riguardare, secondo l’autore, esclusivamente l’assistenza medica alle persone malate in gravi stati patologici. In questi casi, infatti, esistono presupposti “oggettivi” per verificare la libertà di autodeterminazione di una richiesta di assistenza a morire, che pur resta un procedimento complesso e da affidare necessariamente al medico.

In proposito, l’autore sostiene che i diversi orientamenti dovrebbero convergere su un aspetto di fondamentale importanza: un’autentica libertà di scelta nelle decisioni di fine vita è presente solamente in un contesto concreto in cui le persone malate possano accedere a tutte le cure palliative praticabili e nel quale siano supportate da una consona terapia medica, psicologica e psichiatrica.