Pubblicato il

Il gatto è vivo, morto… o sta guidando l’azienda?

Quando la fisica quantistica incontra il management: una conversazione con Marco De Filippis e Pietro Ravagli, autori de Il Gatto di Schrödinger è il nuovo CEO (Bologna University Press)

Prendete un gatto. Mettetelo in una scatola. Aggiungete un meccanismo che potrebbe ucciderlo o lasciarlo vivo, dipende da un evento quantistico imprevedibile. Chiudete il coperchio. Secondo la meccanica quantistica, finché non aprite la scatola, il gatto è simultaneamente vivo e morto: si trova in una sovrapposizione di stati che solo l’atto di osservare può risolvere.

Ora immaginate che quel gatto sia il vostro CEO. O voi stessi, lunedì mattina, davanti al team.

È con questa immagine deliberatamente destabilizzante che Pietro Ravagli e Marco De Filippis aprono Il Gatto di Schrödinger è il nuovo CEO (Bologna University Press), un libro che sceglie di portare l’incertezza al centro del management. Non come metafora decorativa, non come trovata editoriale, ma come chiave di lettura di ciò che succede davvero nelle organizzazioni oggi.
Un libro che parte dalla fisica per finire, inevitabilmente, dentro di noi.

Acqua e olio? No, una nuova chimica

La prima domanda, quella che molti si faranno aprendo il libro, è ovvia: ma la fisica quantistica e il management non sono mondi incompatibili? Ravagli non si schermisce: 

«Sì, lo sono. Ed è esattamente questo il punto. Un gatto in una scatola, come CEO, nasce proprio per spiazzare. L’idea è stata quella di prendere un linguaggio capace di descrivere l’incertezza — quello della fisica quantistica — e applicarlo dove l’incertezza, oggi, regna sovrana: nelle organizzazioni.»

De Filippis precisa subito: non si tratta di importare equazioni nelle sale riunioni. Il punto è più radicale. «Usare la metafora del gatto di Schrödinger nel management non significa mettersi a fare equazioni. Significa accettare che le vecchie certezze non funzionano più e che oggi guidare persone richiede lo stesso salto di immaginazione che la scienza ha compiuto quando ha scoperto che il mondo non era stabile e sotto controllo. È un cambio di paradigma. Se sembra acqua e olio, è perché siamo abituati a tenerli separati, ma se li agiti nel modo giusto, diventano qualcosa di completamente nuovo.»

È una promessa ambiziosa. Ma nelle pagine del libro, la scommessa regge, e spesso sorprende.

Orfeo in ufficio, ovvero il disastro del micro-management

Il primo capitolo del libro è una storia. 

Ci sono Orfeo e Prometeo, e fanno le fotocopie in un’azienda editoriale. C’è un padre-editore che predica la delega durante le riunioni e poi, la sera, quando gli uffici si svuotano, riapre i file «solo per sistemare due cose». La scena è tanto comica quanto spietata nel suo realismo.

È una storia vera? «Diciamo così: è troppo vera per essere solo una storia», risponde Ravagli. «Quel padre-editore esiste in molte aziende. Il problema è che quelle ‘due cose’ diventano tutto il lavoro.»

Il micro-management, nel libro, è definito come il nostro Orfeo: una figura che rovina tutto nel momento in cui si volta a guardare. Il parallelo è illuminante. Orfeo si muove verso la luce, ha quasi raggiunto la libertà, ma poi la paura di perdere il controllo lo spinge a voltarsi, e in quel gesto distrugge ciò che stava riuscendo a salvare.

«Il manager che non riesce a resistere all’impulso di controllare crede di rassicurarsi, di evitare gli errori, di tenere tutto sotto controllo», osserva Ravagli. «In realtà ottiene l’effetto opposto: spegne lo spirito d’iniziativa e consuma lentamente la fiducia. Alla fine, non è un problema di efficienza, ma di fiducia. E la fiducia, nei team che funzionano davvero, non si corregge di notte su un file: o c’è, o non c’è.»

C’è qualcosa di quasi clinico in questa diagnosi. Il bisogno di controllo non è irrazionale. Nasce dall’ansia, dal senso di responsabilità e, a volte, dal perfezionismo. Ma il suo effetto è paradossale: più si stringe la presa, più si sfalda ciò che si voleva tenere.

Lo sguardo che costruisce la realtà

Uno dei concetti più potenti del libro è quello che De Filippis chiama «collasso della realtà». Nella fisica quantistica, una particella si trova in una sovrapposizione di stati finché un osservatore non interviene: è l’atto di osservare che costringe la realtà ad assumere una forma precisa. Nelle organizzazioni, qualcosa di molto simile accade ogni giorno. E inizia il lunedì mattina.

«Appena entri in ufficio, non stai solo a osservare. Stai definendo che cos’è reale e che cosa no. Stai decidendo cosa conta davvero», spiega De Filippis. «Arrivi, fai un giro veloce, senti due frasi al volo. Se entri con l’idea che ‘qui le cose non funzionano’, inizierai a notare solo ritardi, errori, persone distratte. E a quel punto interverrai di conseguenza: più controllo, più correzioni, meno spazio. Nel giro di poche ore, quel team sarà davvero più bloccato. Hai reso reale ciò che cercavi.»

Ma vale anche l’opposto. «Se invece entri pensando ‘qui c’è margine’, noterai chi sta provando a risolvere, chi si è mosso in autonomia, anche in modo imperfetto. Farai domande, non solo correzioni. Nel giro di poche ore, il team si muoverà di più. Ancora una volta: hai reso reale ciò che stavi cercando.»

È un’idea scomoda, perché implica che il manager non sia mai un osservatore neutro. Ogni ingresso in una stanza è già un intervento. Ogni domanda plasma le risposte possibili. Ogni sguardo, letteralmente, costruisce la realtà che incontra.

L’entanglement umano: ciò che non si vede muove ciò che si vede

In fisica, due particelle che abbiano interagito restano connesse anche a distanza: se agite su una, l’altra reagisce istantaneamente, indipendentemente da dove si trovi. È l’entanglement. Nel libro, questa proprietà della materia diventa una metafora per descrivere qualcosa che chiunque abbia mai lavorato in un’organizzazione conosce bene, anche se raramente lo chiamerebbe così.

«Non lo vedi nei report, ma lo senti subito: chi si fida di chi, chi evita chi, chi si parla davvero e chi solo in copia conoscenza», spiega Ravagli. «Due persone che hanno lavorato bene insieme continueranno a influenzarsi anche quando sono in team diversi. Un conflitto mai risolto tra due colleghi rallenta decisioni che, sulla carta, non li riguardano nemmeno.»

Entri in riunione e «l’aria è strana»: nessun KPI lo segnala, ma tutti si muovono di conseguenza. Una persona parla meno, un’altra compensa, una decisione slitta. Il libro chiama questa rete invisibile «entanglement umano» e non si limita a descriverla: suggerisce che ignorarla è la vera ingenuità manageriale.

«È come la poesia», dice Ravagli: «non la puoi mettere in un KPI, non la puoi tracciare in un report, ma prova a toglierla, e ti accorgi subito che qualcosa, nella realtà, smette di funzionare.»

A questo si aggiunge il concetto di «organizzazione ombra»: quella struttura informale fatta di influenze, scambi impliciti, equilibri non dichiarati che esiste in parallelo all’organigramma ufficiale. «Sai a chi chiedere davvero per sbloccare una pratica. Sai chi, pur senza ruolo, orienta le decisioni. Sai anche chi riesce a rallentare tutto senza mai esporsi. Questa è l’organizzazione ombra. E se non la guardi, la subisci.»

L’errore come algoritmo: smettere di punire per iniziare a imparare

Uno dei capitoli più discussi del libro si intitola «L’errore come algoritmo di apprendimento». Il titolo è già una presa di posizione. De Filippis e Ravagli non difendono l’errore in senso romantico. Non c’è alcuna retorica dello «sbagliando si impara» appesa in bella mostra sulla bacheca aziendale.
L’approccio è più preciso, e più esigente.

«Più che favorevoli agli errori, siamo contrari all’illusione di poter imparare senza sbagliare. Le aziende che puniscono ogni errore ottengono persone che non rischiano più. E le persone che non rischiano più non innovano. In questo senso, eliminare l’errore significa eliminare anche il futuro.»

Il punto centrale, però, è la distinzione. Non tutti gli errori hanno lo stesso valore. Ci sono errori da ridurre: quelli ripetuti, evitabili, fatti senza attenzione o senza metodo. Non insegnano nulla. E poi ci sono errori da cercare: quelli che nascono mentre provi qualcosa di nuovo, mentre esplori un’alternativa, mentre esci da una procedura per migliorarla. Sono errori che producono informazione.

L’algoritmo di apprendimento che il libro propone è semplice nella struttura e rivoluzionario nella cultura: provi → osservi cosa non ha funzionato → correggi → riprovi.
«Se togli uno di questi passaggi», dice Ravagli, «togli apprendimento, sviluppo e crescita.» La sfida, ovviamente, è costruire ambienti in cui questo ciclo sia possibile e in cui le persone non abbiano paura di provare.

Taylor, Weber e il mondo che non è più stabile

Per capire dove stiamo andando, il libro fa un passo indietro. Frederick Taylor e Max Weber, i padri del management scientifico e della burocrazia razionale, hanno costruito modelli brillanti per il loro tempo. Sistemi prevedibili, variabilità ridotta, efficienza massimizzata. Ha funzionato.

Ha funzionato, appunto. «Lunedì mattina non trovi un sistema stabile da ottimizzare», osserva De Filippis. «Trovi interdipendenze, cambiamenti continui, problemi che non sono mai identici a quelli della settimana prima. Il mondo che hai chiuso in ufficio venerdì sera, nel frattempo, è già cambiato.»

Il paradosso che il libro mette a fuoco è tanto elegante quanto preoccupante: in contesti complessi, più si cerca il controllo, più si genera rigidità. E più si genera rigidità, meno si è capaci di rispondere al cambiamento.
L’esempio concreto che portano è illuminante: in un modello taylorista, se c’è un errore, si aggiunge una procedura. In un contesto complesso, aggiungere procedure spesso rallenta il flusso e sposta il problema altrove.

Il problema, insistono gli autori, non è buttare via quei modelli. «Quello che non funziona più non è il modello in sé. È l’idea che basti.»

Persone come onde di potenziale e il multiverso professionale

Se c’è una proposta di De Filippis e Ravagli che vale la pena fermarsi a considerare, è questa: smettere di guardare le persone come ruoli e iniziare a guardarle come potenziale. La differenza sembra filosofica, ma nella pratica quotidiana cambia tutto.

Se consideri le persone come ruoli, ti chiedi: questa persona è adatta a questo ruolo? Se la si considera come potenziale, la domanda diventa: in quali condizioni questa persona rende al meglio? E cosa può sviluppare che oggi non sta usando?

Questo si traduce in scelte concrete: nelle riunioni, si assegnano responsabilità non solo in base al ruolo ma a ciò che si vuole far emergere; nella gestione degli errori, si cerca il segnale oltre la correzione; nella composizione dei team, si cercano combinazioni che generino sviluppo reciproco. E soprattutto, cambia il tempo su cui si lavora: non solo ottimizzare il presente, ma anche investire sulle traiettorie.

A questa idea di potenziale si lega uno dei concetti più originali del libro: il «multiverso professionale». L’idea che, accanto alla carriera che stiamo vivendo, esistano — in potenza — quelle che avremmo potuto fare. Non come rimpianto, ma come risorsa.

«La domanda utile non è ‘e se avessi fatto altro?’», spiega De Filippis. «È: ‘cosa di quella versione di me posso recuperare oggi, anche qui?’ Magari non diventerai mai lo chef che avevi immaginato, ma puoi portare nel tuo lavoro attuale quella precisione, quella cura, quel rapporto con il dettaglio. Magari non hai fatto ricerca, ma puoi recuperare la curiosità, il dubbio, il bisogno di capire prima di decidere. Il multiverso non apre infinite vite parallele, ma riporta risorse all’interno di quella che stai già vivendo.»

Per le organizzazioni, la posta in gioco è ancora più alta: se chiedi alle persone di essere una cosa sola (un ruolo, una funzione), ottieni efficienza nel breve periodo e rigidità nel lungo. Riconoscere la pluralità non riduce l’efficienza: aumenta la capacità di adattamento nel tempo.

L’intelligenza artificiale e il manager che sa rallentare

Il libro non poteva ignorare il tema più urgente del momento. L’intelligenza artificiale entra nel discorso non come minaccia né come salvezza, ma come rivelatore di un rischio cognitivo già presente prima che i modelli linguistici entrassero nelle aziende.

L’intelligenza artificiale accelera tutto: analisi, sintesi, produzione di contenuti. Ma ha un effetto meno visibile: tende a rafforzare il modo in cui la domanda è stata posta. Se si parte da un presupposto sbagliato, ottieni una risposta velocissima… ma coerente con quell’errore.

Il rischio, dicono, non è tecnologico. È cognitivo. Smettere di interrogare il problema perché la risposta arriva troppo in fretta. E qui sta la ridefinizione del ruolo manageriale che il libro propone per il futuro prossimo: non il manager che sa tutto, ma quello che lavora a monte. Che formula domande migliori. Che usa l’AI come contrasto, non come conferma, ma chiedendo alternative, scenari opposti, limiti della risposta.

«Non tutto va reso più veloce», sottolinea Ravagli. «Se l’intelligenza artificiale accelera le risposte, il manager utile è quello che introduce attrito nel punto giusto. Non per bloccare, ma per evitare di andare rapidamente nella direzione sbagliata.»

È un’inversione rispetto al mito della velocità come valore assoluto. E, detto nel momento in cui ogni organizzazione si chiede come «stare al passo» con l’AI, ha il sapore di una provocazione necessaria.

Strategia o terapia di gruppo?

Alla fine, cosa resta?

La domanda più leggera dell’intervista produce forse la risposta più precisa: se il libro fosse una riunione aziendale, sarebbe una riunione strategica o una terapia di gruppo?

«Parte come una riunione strategica. Agenda chiara, obiettivi, modelli. Poi, a un certo punto, succede qualcosa: ci si accorge che il problema non è solo fuori, ma anche dentro. Non sono solo i processi, ma come reagiamo ai processi. Non sono solo le decisioni, ma come le prendiamo. E lì, senza dichiararlo, diventa una terapia di gruppo. La differenza è che, a differenza di molte riunioni, qui serve davvero.»

Il messaggio che i due autori portano a casa è, alla fine, disarmante nella sua semplicità: «Non vince chi elimina l’incertezza, ma chi diventa più bravo a muoversi dentro di essa.»

Non è un invito al caos. Non è nemmeno una resa all’imprevedibile. È qualcosa di più difficile e più utile: un cambio di postura. Dal controllo all’esplorazione. Dalla difesa all’adattamento.

Il gatto di Schrödinger, nella scatola, è vivo e morto finché non lo osservate. Ma il punto del libro,  e forse il punto di tutto, è che quando aprite la scatola, siete già cambiati.
L’atto di guardare trasforma chi guarda.

E questo, in fondo, è esattamente ciò che fa un buon libro di management. Non vi dice cosa fare. Cambia il modo in cui guardate.

Pubblicato il

Il moderno e “il passato per nutrire il futuro”

Giornata di studio in onore di Giuliano Gresleri

Una giornata di studio in onore di Giuliano Gresleri

Venerdì, 25 marzo 2022

Il Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna, l’Ordine Architetti di Bologna e un gruppo di amici e collaboratori di Giuliano Gresleri (1938-2020) promuovono questa occasione di incontro come momento di riflessione che intende raccoglierne e rilanciarne il lascito.

Storico e critico dell’architettura, pubblicista, artista ed altro ancora, Giuliano Gresleri è stato un intellettuale a tutto tondo, animato da un vitalismo che ha informato tutto il suo operato e che sapeva infondere fiducia ed entusiasmo.

Parteciperanno all’evento:
Fabrizio I. Apollonio, Marco Filippucci, Mario Botta, Paolo Capponcelli, Jean-Louis Cohen, Benedicte Gandini, Ezio Godoli, Johan Linton, Carlo Olmo, José Oubrerie, Danièle Pauly, Fabio Roversi Monaco, Angelo Varni, Stanislaus Von Moos

A cura di:
Dipartimento di Architettura

In collaborazione con:
Ordine Architetti PPC di Bologna

  • Data: 25 marzo 2022 dalle 15:00 alle 19:00
  • Luogo: Bologna, Auditorium Enzo Biagi, Piazza del Nettuno, 3
  • Modalità d’accesso: Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili, restrizioni in base alle normative anti COVID-19 vigenti.
Pubblicato il

Ferite dell’anima e corpi prigionieri

Ferite dell’anima e corpi prigionieri. Suicidio e aiuto al suicidio nella prospettiva di un diritto liberale e solidale

Stefano Canestrari, ordinario di diritto penale nell’Università di Bologna, propone per Bologna University Press un’articolata indagine sul tema del suicidio in generale, e del suicidio assistito in particolare, con lo sguardo autorevole di un giurista componente del Comitato Nazionale per la Bioetica.

Nel suo volume “Ferite dell’anima e corpi prigionieri. Suicidio e aiuto al suicidio nella prospettiva di un diritto liberale e solidale” Canestrari offre una serie di strumenti per ispirare un dibattito pubblico ponderato, sottolineando la differenza tra sofferenza fisica e dolore psicologico, tra aiuto medico a morire e aiuto al suicidio nelle sue forme tradizionali, innescate da “ferite dell’anima”.

“Liceità del suicidio” e “liceità dell’aiuto al suicidio”: una distinzione fondamentale

La ricerca di Canestrari affronta e propone gli aspetti più dilemmatici che accompagnano una richiesta di aiuto a morire. La complessità della materia non consente soluzioni che si fondano su frettolose ed equivoche assimilazioni: l’autore dimostra infatti che la “liceità del suicidio” – principio fondamentale del biodiritto penale- non comporta automaticamente anche la “liceità dell’aiuto al suicidio”.

L’attenzione riservata alla persona che domanda di essere aiutata a morire conduce Canestrari ad approfondire ed analizzare le molteplici e complesse condizioni che portano alla menzionata richiesta: di qui, parafrasando il titolo, il focus sui casi in cui il corpo diventa una prigione e su quelli in cui sono le ferite dell’anima a rendere insostenibile l’esistenza.

L’aiuto a morire: le pronunce delle Corti costituzionali italiana e tedesca

Nel volume vengono analizzate e comparate le due recenti pronunce delle Corti costituzionali italiana e tedesca sul tema dell’aiuto a morire, le cui soluzioni, anche se profondamente diverse, concordano nel ritenere necessario che la richiesta di assistenza a morire si basi su una scelta libera e consapevole. Una necessità che impone di definire non solo i criteri per considerare libera e stabile la decisione, ma anche il “come” e il “chi” dovrebbe certificarla.

Qui la riflessione dell’opera diventa interdisciplinare. L’impossibilità di identificare adeguati strumenti per accertare se la decisione sia libera, consapevole e stabile è evidente di fronte alla richiesta – di per sé ambivalente- di essere aiutati a morire per mettere fine alle proprie sofferenze psicologiche o esistenziali.

Ferite dell’anima e corpi prigionieri: una prospettiva sul tema

Canestrari afferma con chiarezza che non si deve commettere l’errore di capovolgere la prospettiva e formulare un giudizio di apprezzamento relativo a condotte di agevolazione al suicidio di persone non afflitte da pregresse condizioni patologiche. La discussione su un’eventuale depenalizzazione o legalizzazione dell’aiuto a morire deve riguardare, secondo l’autore, esclusivamente l’assistenza medica alle persone malate in gravi stati patologici. In questi casi, infatti, esistono presupposti “oggettivi” per verificare la libertà di autodeterminazione di una richiesta di assistenza a morire, che pur resta un procedimento complesso e da affidare necessariamente al medico.

In proposito, l’autore sostiene che i diversi orientamenti dovrebbero convergere su un aspetto di fondamentale importanza: un’autentica libertà di scelta nelle decisioni di fine vita è presente solamente in un contesto concreto in cui le persone malate possano accedere a tutte le cure palliative praticabili e nel quale siano supportate da una consona terapia medica, psicologica e psichiatrica.

Pubblicato il

La dittatura (poco esplorata) di Salazar

Antonio Salazar

L’«Estado Novo» del Portogallo

Domenica 4 aprile, il giornalista Angelo Varni firma per Il Sole 24 Ore una riflessione accurata e contemporanea sul periodo storico vissuto dal Portogallo nell’era del dittatore António de Oliveira Salazar, basata sulla ricerca dei professori Álvaro Garrido e Fernando Rosas.

Il volume ‘Il Portogallo di Salazar. Politica, società, economia‘, edito da Bologna University Press, ne ripercorre infatti l’intera parabola, offrendo per la prima volta al pubblico italiano una ricostruzione complessiva della lunga esperienza lusitana.

“Appare quanto mai opportuna, in questi mesi di avvio della presidenza del Portogallo alla guida del Consiglio della UE, la pubblicazione del volume della Bologna University Press dedicato al quarantennio del sistema dittatoriale dell’Estado Novo, che caratterizzò la vita politica, sociale ed economica del Paese dal 1933 al 1974,” inizia Varni.

António Salazar, professore dell’università di Coimbra, era ben lontano dai tratti carismatici e del fascino sinistro degli altri dittatori del ‘900, eppure è stato capace di soggiogare il proprio popolo per decenni.
“Apparati polizieschi, dunque; controllo rigoroso delle forze armate in funzione di mantenimento dell’ordine interno, anche; stretto legame con una Chiesa cattolica per lunghi tratti utile ausilio alla conservazione della pace sociale, ancora; fino alla gestione statale dell’economia avvalendosi degli equilibri sociali di un rigido sistema corporativo: elementi, tutti questi, indirizzati a costruire un “uomo nuovo” (…)”

“Elementi, come s’è detto, per molti aspetti non dissimili da quelli propri dei totalitarismi, ma con l’attenzione – che ne spiega in parte la longevità – a sostituire le forme violente di inquadramento sociale del fascismo e del nazismo, basate sulle organizzazioni di massa, con il richiamo a forme di condizionamento sociale più tradizionali gestite dalle élite locali civili e religiose secondo antiche e rispettate gerarchie di potere politico, culturale, economico.”

Una vicenda, quella dell’Estado Novo di Salazar, non analizzata a fondo fino ad ora dalla nostra storiografia. “Ecco che questo volume intende proprio rispondere a tale esigenza di approfondimento delle conoscenze del periodo storico che ebbe al centro la personalità di Salazar e dei suoi comlicati equilibri tra sogni riesumati del passato e durezza della conservazione del passato (…).”

“In una simile prospettiva i due autori, assai noti e riconosciuti specialisti portoghesi della materia, Álvaro Garrido e Fernando Rosas riescono a combinare con lucida capacità esemplificativa la narrazione minuziosa degli eventi succedutisi in quei decenni, con una loro raffinata e convincente interpretazione complessiva, sempre misurata, per altro, con risultati della migliore storiografia nazionale ed internazionale,” conclude Varni.

Leggi la recensione completa


Álvaro Garrido è professore ordinario presso la Facoltà di economia dell’Università di Coimbra.
Si occupa in particolare di storia economica e delle istituzioni, con contributi di ricerca sul corporativismo salazarista, sulla politica sociale dell’Estado Novo, sulla storia della pesca e del commercio marittimo. Dal 2003 al 2009 è stato direttore del Museu Marítimo de Ílhavo (Aveiro).

Fernando Rosas è professore emerito presso l’Università Nova di Lisbona, dove ha fondato e diretto l’Instituto de História Contemporânea. Nei sui studi si è dedicato soprattutto alla storia del Portogallo nel XX secolo e all’analisi del regime salazarista. È stato inoltre deputato all’Assemblea parlamentare della Repubblica portoghese dal 2000 al 2001 e dal 2005 al 2010.


Scopri Il Portogallo di Salazar su buponline.com.

Pubblicato il

ArchAlp

ArchAlp. Rivista internazionale di architettura e paesaggio alpino

Da diversi anni lo spazio alpino rappresenta uno dei principali laboratori internazionali dove l’architettura sperimenta nuovi linguaggi e soluzioni, con uno sguardo alle sfide del mondo contemporaneo. Dalla sostenibilità ambientale alla decentralizzazione delle grandi città, coadiuvata dal Covid-19, le Alpi si confermano terreno fertile per una profonda riflessione tecnica e culturale sulla questione abitativa.

ArchAlp, rivista internazionale di architettura e paesaggio alpino, costruisce su questa eredità un dialogo transnazionale e interdisciplinare tra i più autorevoli esperti di questo territorio.

Nata dall’attività del centro di ricerca Istituto di Architettura Montana – IAM all’interno del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, oggi ArchAlp si configura come un punto di riferimento a livello regionale, nazionale ed internazionale. La rivista indaga il tema del progetto, dell’architettura e del paesaggio costruito in ambiente alpino quale ambito in cui convergono le tematiche della qualità architettonica ed energetica del costruito, dell’heritage, dell’urbanistica, dello sviluppo tecnologico sostenibile, della salvaguardia ambientale, della valorizzazione turistica, delle infrastrutture, della valorizzazione delle risorse storiche, culturali e sociali della montagna, prestando particolare attenzione alla contemporaneità e alla storia della modernità novecentesca.

ArchAlp, che si avvale della collaborazione di un comitato scientifico di alto profilo, è caratterizzata da numeri monografici incentrati su tematiche emergenti e di valenza internazionale, alternati ad uscite di carattere storico-critico e altre dedicate alle tematiche contemporanee di natura progettuale.

La nuova serie, inaugurata nel 2018 e pubblicata semestralmente da Bologna University Press, si conferma come pura espressione dello IAM, il centro di ricerca unico nel suo genere nell’ambito accademico (e non) italiano, facendo inoltre un fondamentale evoluzione con il suo rinnovato apparato iconografico.
Un’inedita narrazione costruita con i più emblematici e significativi progetti di architettura contemporanea, per raccontare la produzione architettonica di qualità delle Alpi.


Scopri tutti i numeri di ArchAlp su buponline.com.